Nel 2008 sono usciti i dischi di questi due grandi player in ambito Rock Blues.
Bad For You Baby” di Gary Moore e “The Ballad Of John Henry” di Joe Bonamassa.

Prima di recensirli per bene li ho ascoltati a lungo dando modo di lasciarli maturare e dargli il suo tempo…
Dopo ripetuti ascolti devo dare la vittoria nel confronto diretto a Bonamassa.
Non c’e’ proprio storia, il disco del chitarrista americano vince a mani basse su quello dell’irlandese.

Gary-Moore-Bad-For-You-BabyOra, gia’ sento arrivare le maledizioni dei fan, cerchero’ perlomeno di argomentare questo giudizio in modo circostanziato, almeno dal mio punto di vista.
Innanzitutto diro’ che ho sempre preferito G. Moore a Bonamassa, e questo dovrebbe far capire quanto mi e’ costato ricredermi.
Come performer Moore e’ probabilmente un passo avanti a tutti, per il modo con cui spreme la chitarra.

Ma il suo blues mi e’ parso sempre poco sincero, lo definirei “entusiasmante”, “incendiario”, “pirotecnico” e cosi’ via, ma al di la’ della performance, del sound, del “suonaggio” e della “manella”, di suoi pezzi memorabili da quando ha avuto la folgorazione del Blues, ne ricordo a malapena una manciata.
Manca un songwriting che sia meno scolastico, che non sia la riproposizione pedissequa degli stilemi del blues e che ne ripeta i pattern solo per fare da sfondo al chitarrismo di Moore.

Dall’altra parte ho sempre sottostimato Bonamassa trattandolo alla stregua di un clone malriuscito del compianto S. R. Vaughan.
Un ragazzo dalla mano piuttosto veloce, con un buon tocco e attitudine al genere.
Nulla di piu’ di molti altri che si affollano in questa arena, sopratutto negli USA, dove a discapito dell’etichetta di genere “vecchio”, il blues elettrico conta su numerosi interpreti vecchi e nuovi (Bernard Allison, Chris Duarte, Delber Mcclinton, Delgado Bros., Doyle Bramhall, Eric Bibb, Eric Sardinas, Fernando Noronha, Floyd Myles, Jimmy D. Lane, Keb Mo’, Otis Taylor, Papa Mali, Popa Chubby, Melvin Taylor ecc., si potrebbe continuare a lungo).

Ora, di questo ultimo lavoro di Bonamassa disco avevo letto pareri contrastanti, tutti tendenti pero’ alla stroncatura.
Secondo me si tratta di grave errore di valutazione e diro’ perche’, questo disco spacca di brutto, e’ un disco grossissimo per varie ragioni.

joebonamassa-balladof1 – Understatement
Laddove la tendenza e’ accelerare e puntare al tecnicismo o al chitarrismo, qui si sceglie con coraggio inusitato di decelerare il tutto.
Ritmi lenti, ossessivi, tribali.
Un martellamento incessante prodotto da una ritmica basilare ma che scava nelle budella, nelle viscere.
2 – Back to past

In tutto il disco si fanno sentire le influenze fortissime dei padri del Blues, da Howling Wolf, J. L. Hooker e Muddy Waters in primis.Ma anche echi dei Led Zeppelin (come lo staccato di archi nella Title Track).
Pezzi ossessivi composti praticamente su un accordo solo (!!!) come “Last Kiss” ci proiettano nel passato ma tenendo ben saldi i piedi nel presente.
3 – Songwriting

Legato direttamente al punto precedente: e’ un disco scritto di pancia, istintivo, dove il ritmo e’ importante almeno tanto quanto la chitarra, anzi a volte la seconda viene oscurata. E quando sei lanciato come il pupillo del blues questa e’ una scelta coraggiosa, non ci sono cazzi.
Oltre ai citati padri del Blues fanno capolino qua e’ i fantasmi degli Zeppelin, persino dei Sabbath.
4 – Guitar Playing

Anche qui la scelta e’ di lavorare ai fianchi, sotterraneamente, non ci sono lunghissime tirate di chitarra, soli lancinanti.
Persino i suoni sono scuri, cupi, “mediosi” oltre ogni aspettativa e badate bene, e’ una scelta ben precisa non un errore di missaggio o di settaggio ampli, non e’ proprio possibile a questi livelli.
Ovviamente, i soli ci sono, ma non quanto ti aspetteresti da un disco di un chitarrista famoso: ci sono e hanno il loro senso, ma piu’ di loro si rimane colpiti dal lavorìo ritmico, dai riff ossessivi (es: Story Of A Quarryman e The Ballad Of John Henry)

Ora dati i punti precedenti e’ ovvio che chi si aspettava un disco in linea coi precedenti e fatto da un chitarrista per chitarristi, puo’ legittimamente rimanere deluso.

Invece in controtendenza io dico che mi piace anche e non solo per questo.
Mi piace l’unita’ e la precisa scelta stilistica che lo tengono insieme, mi piace l’amalgama sonora e lo scuotimento intestino che produce il materiale sonoro.
Certo, un disco cosi’ o lo ami o lo odi, mi sa che non ci sono vie di mezzo.
Ci sono anche un paio di cadute di tono, probabillmente e’ inevitabile, ma per il resto il livello e l’attenzione rimangono altissime.

Tra i pezzi da segnalare:
– The Ballad Of John Henry
, Last Kiss, Story Of A Quarryman sono i pezzi piu’ “riffosi”, quasi hard rock, ossessivi, tellurici.
Incessanti come un martello pneumatico, un riff dietro l’altro, inesorabili, ipnotici.
– The Great Flood,
ovvero la “Tin Pan Alley” Bonamassiana: incredibilmente lenta, estenuante, quasi insostenibile.
Il rullante sembra un piede che si strascica su un pavimento lercio… afa e mosconi, sudore e aria che brucia i polmoni.
– From The Valley,
ovvero lo spettro di Paris-Texas: due minuti e mezzo di chitarra Dobro e niente altro.
Da brividi… Il deserto e il sole abbacinante che ti massacra gli occhi.
– Jockey Full Of Bourbon,
ovvero Tom Waits secondo Bonamassa.
In quanto estimatore del vecchio Tom storco il naso quando si tratta di coverizzarlo perche’ di solito escono delle sonore schifezze.
Qui l’operazione invece riesce pienamente, non dico che eguagli l’originale, ma il piano circense che introduce e fa da “outro” al pezzo mette i brividi e rimane un pezzo strascicatissimo, con un un andamento erratico e da cantina, perfetto.
– As The Crows Flies
: episodio conclusivo e piu’ disteso, si accelera un pochino il metronomo per un classicissimo blues in 12/8.

Altri brani:

Stop!, una ballad senza lode e senza infamia, nella media
Lonesome Road Blues, una viariazione sul tema di “Crossroads”.
Happier Times, un’altra ballad non priva pero’ di spunti melodici interessanti.

Insomma io lo sto consumando in macchina, lo giro a ruota da due mesi e non mi stanca.

Purtroppo il disco del vecchio Gary non ha avuto cosi’ fortuna, lui ha scelto la strada piu’ facile di ripetere la formula fortunata.
Bel disco ci mancherebbe: suonato, cantato, prodotto da Dio.
Per carita’, la sua chitarra suona come sempre: come un coltello, un rasoio che ti taglia in due.
Ma nell’insieme non si ricorda, non si stacca, non emerge.

In questo senso la scelta dei suoni per es. e’ LETTERALMENTE agli antipodi fra lui e Bonamassa, tanto tagliente, presente, sovrastante il chitarrismo di G. Moore, quanto scuro, cupo, orizzontale, quello di Bonamassa.
A questo giro ho apprezzato per il coraggio e la voglia di cambiare il secondo rispetto al primo, che rimane comunque sempre un bel sentire ma e’ un po la stessa zuppa.

Enjoy.